Gli appuntamenti degli Amici in Italia sono i seguenti.
Macy Whitehead è tornato in Italia, a luglio, per visitare i luoghi abruzzesi in cui lavorò più di cinquanta anni fa, per la ricostruzione dei paesi devastati dalla guerra (cfr. la mostra documentaria a Chieti, Ortona e Palena, tra aprile agosto 1998 dedicata a Ricostruzione e riconciliazione. Il contributo delle organizzazioni di volontariato straniere alla ricostruzione in provincia di Chieti dal 1945 al 1948. Il catalogo è stampato da Edizioni Polistampa,Firenze, a cura di Massimo Rubboli, Dipartimento di storia, Un. di Firenze, v. San Gallo 10, 50129 Firenze). Macy Whitehead, che adesso vive a Brunswick, nel Maine, si è fermato qualche giorno a Bologna, incontrandosi con il meeting locale.
Il 12 e 13 settembre gli amici di Bologna avranno due giorni di studio e di silenzio (una iniziativa più ampia, ad Agape, si è rivelata non praticabile). Il programma prevede momenti di meditazione biblica (affidata a Brian Bridge), di studio della tradizione quacchera (Stefano Villani), sharing worship, discussione organizzativa. Per informazioni ulteriori rivolgersi a P. Guidotti.
La Tunisia è stata la meta di un viaggio compiuto da parecchi amici del meeting bolognese, che si sono aggiunti ad un gruppo più ampio di studenti universitari. Lo scopo principale del viaggio - tra il 27 e il 31 maggio - era la conoscenza dell'Islam popolare, con i suoi luoghi di culto e la sua spiritualità.
Identità.
Oggi parliamo molto di "identità". È
un tema importante. È la parola chiave con cui le minoranze oggi
valorizzano la loro diversità. Anche per noi - superminoranza! -
questo tema è rilevante.
Ci pare però che sull'enfasi sulla
identità e sulla differenza si stia oggi esagerando. Si corre
allora il rischio di attenuare il senso della comune appartenenza alla
comunità civile, come patrimonio, e come compito. Si corre
soprattutto il rischio di dimenticare che per ciascuno l'identità
non è mai già data definitivamente insieme con la cultura,
con la religione, con la differenza sessuale, la lingua, l'appartenenza
familiare o sociale, ma è un compito non mai definitivamente
assolto. È un percorso che passa attraverso definizioni necessarie, ma
provvisorie di se stessi: di ciò che si è, di ciò che
non si è.
Per che scrive, ad esempio, entrare nella Società
degli Amici ha voluto dire riconoscersi nella ricerca e nel culto
spirituale, nell'egualitarismo, e nella lotta per la pace. Ha voluto
dire dissociarsi dall'atteggiamento religioso storicamente radicato in
Italia, da quel miscuglio di ossequio esteriore e di miscredenza che
tutti conosciamo. Per chi scrive era ed è una autodefinizione
necessaria, e tuttavia sempre aperta ad una ulteriori approfondimenti di
identità.
Un approfondimento da fare insieme. Storicamente, gli
Amici a un certo punto si chiamarono così in forza della amicizia
con Gesù, e del condividere ogni cosa con lui (Gv 15, 15). Questa
amicizia è importante per noi. Ma appartenere alla Società
degli Amici suppone prima ancora il condividere l'antico ideale
amicale (che è presente del resto anche in Giovanni): l'essere
insieme avendo in comune anzitutto la ricerca di quanto è vero, e
giusto.
In questo senso ci sentiamo di invitare al meeting le persone
che ci sono care, non per imporre loro una verità che solo noi
possederemmo, ma perché anche con loro desidereremmo mettere in
comune la nostra ricerca, in nostro "attendere insieme la luce": per
essere alla fine noi stessi, e solo noi stessi.
"Beati quelli che
hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati".
Questo
è il primo testo biblico che Mary apprese dalla sua infanzia, e
tutta la sua vita fu sotto questo segno: fame e sete di giustizia,
come veracità nel parlare e prima ancora nell'essere, dinanzi a
Dio e dinanzi al mondo. È questa ricerca di veracità che,
nonostante il suo desiderio di "pregare continuamente", le impedisce di
pregare usando parole prestabilite, siano pure esse "Padre nostro".
Incontra con il marito gli Amici, e capisce che potrebbe essere la via
giusta, ma esita lungamente, perché ritiene di dover cambiare prima
la sua vita: «Thomas Curtis infatti citava la Scrittura: 'Colui che
conosce il mio insegnamento, deve fare i miei comandamenti'. Subito mi
venne in mente che se volevo sapere se quella che essi [gli Amici]
dicevano era la verità o no, dovevo fare quel che sapevo essere la
volontà del Signore. Quel che le era contrario, era di fronte a me
ed era da eliminare: dovevo giungere ad uno stato di completa obbedienza
prima di essere in grado di percepire o scoprire quali fossero i loro
principi...».
Mary alla fine abbandona «la lingua, le
maniere, i costumi, i titoli, l'onore e la stima nel mondo», e
partecipa ad un meeting. «Fu allora che il Signore mi concesse di
adorarlo in un modo che era senza dubbio il suo: rinunciai a tutta la
mia forza, per abbandonarmi al flusso della vita che mi travolse quel
giorno. Oh, lungamente avevo desiderato di adorarlo in modo accetto, e
di alzare le mie mani senza dubitare». La testimonianza di Mary
Penington si conclude, con una allusione al testo iniziale, e
all'inverarsi finalmente del "Padre nostro": «Dolce è questa
condizione, seppure umile, perché in questa [cioè tra gli
Amici] ricevo il mio Pane quotidiano e godo di quello che Egli
continuamente mi porge, e non vivo io, ma vivo del soffio di vita che
Egli mi comunica ogni momento».
S. Villani ci ha parlato di M.
Penington in un incontro a Bologna a fine giugno.
"Intorno alla verità".
Davide Melodia, che possiamo ben considerare il
decano degli Amici in Italia, scrive testi spirituali: poesie,
meditazioni, preghiere ( parecchi dei quali si possono leggere, anche in
inglese, nel sito internet sopra indicato). Ecco una riflessione,
"Intorno alla verità":
Ho motivo di credere che esista una Verità universale, divina, metafisica. Credo altresì che la creatura non possa accedere, in questa fase della vita, a tale universale Verità. Credo però che la creatura possa ricevere, trovare, intuire qualche particella di Verità. Ognuna però è diversa dall'altra, sia perché è una parte x di quella globale, sia perché recepita da un individuo y, cioè diverso. Pretendere che tutte le creature debbano fruire di una identica Verità è perciò sbagliato e pericoloso. Imporre un certo tipo di Verità, che è comunque parziale, è ingiusto. Ognuno ha diritto alla sua Verità. Al massimo può esservi luogo ad un accostamento di Verità non dissimili fra loro, dando origine a correnti di pensiero, movimenti, religioni. È possibile inoltre, senza accostamenti, rilevare sostanziali somiglianze fra tutte le particelle di Verità, se provengono, come credo, da un'unica Fonte. Se tali somiglianze si riscontrano fra tutte, in minima o relativamente ampia parte, mi pare doveroso che ognuno rispetti i detentori di particelle diverse della Verità. Ulteriore dovere di ogni detentore di Verità è di ascoltare l'altro e - ove sembri indispensabile - aiutarlo a liberarsi dalle scorie di non-Verità che fanno schermo alla comprensione lucida della propria e dall'altrui particella.
Kabir Das fu un grande mistico, riformatore religioso e poeta, musulmano di origine, aperto all'influenza sia sufi, sia vedantica, sia yogica. Nacque intorno al 1398 in un borgo rurale di Benares. Tessitore analfabeta, fu uno straordinario cantore della divinità al di là di ogni nome e forma, e critico e demolitore di ogni dogma, scrittura, rito. Morì probabilmente nel 1494, a Maghar, presso Benares (con un ultimo gesto di scherno, giacché chi morisse a Maghar, secondo le credenze correnti, sicuramente sarebbe rinato nelle fattezze di un asino!). Ecco alcuni esempi di suo versi:
Stolti non sanno ch'egli non dimora nel Tempio, né sotto le cupole della moschea. Poveri ciechi, non vedono ch'egli è presente in ogni cosa, ed essi stessi! Dice Kabir: sono il fakîr [l'asceta musulmano] che ha trovata la sua verità: un solo Dio creò hindu e musulmani, ed essi, poveri ignoranti, si combattono in suo nome! [Grathåvali 58]...
O mio cuore, Colui che non ebbe inizio, né avrà mai fine, è l'Onnipresente Padrone del Trimundio. Egli è senza forma, colui che sovrasta anche gli dèi della Trimûrti. Egli è il Sincero, e i suoi più sinceri devoti soltanto possono affiancarsi a Lui. Egli è al di sopra di ogni stolta disputa di Saguna e di Nirguna [presenza o assenza di attributi nella divinità], in quanto egli è entrambi. L'intero universo gli rende omaggio, seppure sotto nomi diversi e in forme disparate. Ed egli ascolta le preghiere di ognuno, perché ogni fede, quand'è sincera, è altresì universale [ivi 199]...
O Signore... Tu non sei il sole, né la luna, né il vento che stride, Tu non sei musica né silenzio, Non sei nascita e non sei morte. Dove l'acqua non ha più riflesso, ivi Tu rifletti la Tua immagine.. Non sei Çiva né Çakti [l'aspetto femminile della divinità] né divinità alcuna: Tu sfuggi alle grammatiche e ai Veda. Dice Kabir: Tu solo, Signore, conosci Te stesso. Questo Kabir lo dice, poiché egli è in Te [ivi 219]....
Dice Kabir: Non è combattendo con codardìa che riuscirai a vincere la battaglia dell'esistenza. Osa quindi con audacia! In nessun altro modo otterrai la benevolenza del Signore. Dice Kabir: Colui che dichiara guerra al proprio cuore è un valoroso. Dice Kabir: Rullavano i tamburi, e la loro eco squarciava volta celeste. Dal giorno in cui ravvisai i Divino Guerriero, non ebbi altra aspirazione che l'essere ucciso di Sua mano
(Sakhî cap. XLV).
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