La presenza quacchera in Italia è minima. Siamo quasi niente. A volte ci dispiace, a volte pensiamo all’"utilità del niente", con Lao-zi ( e San Paolo). Di fronte al movimento pacifista, così ricco e variegato, il nostro apporto può essere soprattutto quello di lavorare sui fondamenti, richiamando le ormai antiche origini del nostro movimento, e le sue motivazioni, tanto originali, quanto, crediamo, degne di considerazione anche da chi appartiene ad altre culture. In questo senso va anche"Della pace della guerra". Dialogo tra Pier Cesare Bori e Massimo Cacciari, in "Annuario della pace" Trieste 2002, 105-111
Il nostro impegno è anche quello di ricordare che alle origini degli Stati Uniti c’è anche qualcosa di molto diverso da quello che l’"America" rappresenta per molti oggi, non senza fondamento.
"What do we do now?" è il titolo di un articolo di Arden Buck, quacchero del meeting di Boulder (Colorado) su Friends Journal dell’aprile 2003. L’articolo contiene una serie di consigli in tempo di guerra a chi cerca la pace. "Concedetevi di esprimere il vostro dolore", "Non disperate", "Ostinatevi", "Aiutate la gente ad essere consapevole", "Costruite ponti", "Lavorate su chi vi rappresenta" (politicamente)(...) "Cercate e sostenete le cose buone", "Riduce l’uso di carburante"..."Siate creativi"(...)"Non demonizzate gli avversari"(...)"Partecipate ad azioni collettive", "Mettete gioia nel vostro lavoro", "Allargate il raggio della vostra attenzione amorevole" (caring), "Siate gentili con tutti, quelli buoni e quelli meno tanto buoni", "Siate distaccati dai risultati dei vostri sforzi", "Apprezzate la vita". Interessante, per opporsi alla demoralizzazione di questi scorsi mesi. L’articolo era uscito prima su <commondreams.org>, notevole sito dei progressisti americani.
Friends Journal dell’ottobre 2002 è dedicato alle prigioni, dove gli Amici esercitano un importante e innovativa presenza.
E’ il titolo di di un importante libro di Michael N. Nagler: Is there no other way? The Search for a non Violent Future, Berkeley Hills Books, 2002. Questo libro, pieno di cultura e di esperienza, è uno dei frutti più interessanti di una cultura alternativa che - molti lo ignorano - appartiene alla prima storia della nazione nordamericana. Speriamo che il libro possa essere presto tradotto.
Notevole spazio si dedica nel libro al contributo quacchero, in particolare al patto con gli indiani.
Un opuscolo di Sarah Chandler, The never Broken Treaty. Quaker Witness and Testimony on Aborignal Title and Rights: What Canst Thou Say? (Canadian Quaker Pamphlet Series n. 54, 2001), ci ricorda il primo trattato di William Penn con gli aborigeni della terra che avrebbe poi preso da lui nome, Pennsylvania.
"Il grande Spirito che ha fatto me e voi, che governa i cieli e la terra e conosce i più intimi pensieri umani, sa che io e i miei amici desideriamo di cuore vivere in pace ed amicizia con voi, e servirvi il più possibile possibile (to serve you at the uttermost of our power). Non è nostro costume di usare armi ostili con creature come noi (our fellow creatures), per questo siamo venuti senza armi..."
Il trattato di Shakamaxon fu il primo sottoscritto, nel 1682, e diceva:
"L’uomo bianco e l’uomo rosso devono essere come fratelli.
Tutti i sentieri devono essere aperti ad entrambi.
Le porte del colono (settler) saranno aperte all’ indiano e quelle dell’ indiano al colono.
Non si presterà attenzione a false notizie degli uni su gli alri.
Se sorgeranno contese, saranno risolte da una giuria di sei persone per parte, e poi saranno dimenticate"
Il testo che segue è il risultato di vari incontri, l’ultimo dei quali si è tenuto a Bologna il 22 giugno nel nostro meeting, sul tema: "Il silenzio nelle diverse tradizioni: quacchera buddista, islamica". P.C. Bori ha presentato un testo che è frutto di varie elaborazioni.
Dicono i monaci che è questa una tradizione che risale ad Adamo e che Adamo adorava l’albero perché la futura salvezza doveva venire attraverso il legno. Concordano dunque col versetto di Davide: ‘Dicite in gentibus quia Dominus regnabit a ligno’, benché per rendere più precisamente il concetto, bisognerebbe dire: ‘curabit a ligno’.
1. Sulla pratica del silenzio si possono proporre varie distinzioni.1 Si potrebbero opporre, con Gustav Mensching, silenzio interiore e esteriore , oppure silenzio sapienziale (o morale) e silenzio mistico (il primo è disciplina ed ascesi, il secondo è assimilazione con la divinità). 2 Ma vorrei cominciare distinguendo tra il silenzio come assenza o privazione della parola e il silenzio come comunicazione con un mondo altro, rispetto a quello della parola. Mi rifaccio a un saggio di L. Heilmann, dedicato appunto alla distinzione tra "tacere" e silère" in latino, in cui si sostiene che la differenza che caratterizza sileo e taceo l’uno di fronte all’altro sia da vedere nell’opposizione (valore positivo-valore negativo) tra la coscienza del silenzio come realtà in atto o che si crea (sileo=positivo) e la constatazione del silenzio cioè assenza di qualcosa che da esso è negata (taceo=negativo).3
Potremmo dire così, avvicinandoci al tema nostro: "tacere", è zittire o zittirsi, arrestarsi muti dinanzi alla realtà divina, mentre "silere" è entrare nella divinità divenendo partecipi della sua ineffabile realtà (aspetto positivo).
2. A questa distinzione un’altra può essere accostata, che oppone due tipi di silenzio, quello che prepara l’avvenimento della rivelazione o della profezia, e quello mistico-filosofico (come in Plotino4 ), in cui il silenzio avvicina e assimila a Dio. Incrociando questa distinzione con quella precedente, ne deriva uno schema, cui avremo sia "tacere" e sia "silére", l’uno e l’altro sia di carattere profetico sia di carattere filosofico-religioso. E cioè il silenzio di fronte alla Realtà ultima, sia esso all’interno o sia all’infuori della rivelazione, contiene sia un aspetto negativo, il tacere, sia uno positivo, l’aver parte a questa indicibile Realtà.
3. La Bibbia ebraica e cristiana conosce l’aspetto sapienziale (Qo. 3, 7, "un tempo per tacere e un tempo per parlare", uso la versione CEI), ascetico, disciplinare (il saggio tace! Prov. 17, 28: "Anche lo stolto, se tace, passa per saggio").
Ma evidentemente l’elemento più specifico nella rivelazione biblica è il silenzio come tacere di fronte a Dio di ogni potenza umana.
Sof. 1, 7. "Silenzio alla presenza del Signore Dio, perché il giorno del Signore è vicino". Ab. 2, 20: "Il Signore risiede nel suo santo tempio. Taccia davanti a lui tutta la terra", Zac. 2,27: "Taccia ogni carne dinanzi a Dio.
Il "tacere" come avvicinarsi alla realtà divina è soprattutto il silenzio dell’ascolto, è una invocazione affinché Dio parli. Perché Dio parla, parla alla comunità nella rivelazione profetica, e parla al credente nella sua solitudine. "Parla Signore, il tuo servo ti ascolta" (1 Sam. 3, 10). "Non rimanere in silenzio" è l’invocazione del salmo:
A te grido Signore, non restare in silenzio, mio Dio, perché se tu non mi parli, sarei come scende nella fossa" (S. 28, 1, cfr, anche 35, 22; 83, 1).
Nella Bibbia dunque il silenzio è anzitutto un tacere. E tuttavia nella pietà dei Salmi, nelle esperienze dei profeti, ancor più nella comunione con il Messia,5 nel dimorare in lui si intravvede una unione che va oltre ogni dire.
Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1 Cor. 2, 9).6
4. Il tema del silenzio mistico, preparato dal tacere come esercizio ascetico assumerà grande importanza nella tradizione spirituale cristiana.
Una sorta di sintesi tra silère e tacere si trova per esempio nella Confessioni , con l’estasi a due di Agostino e Monica, Conf. IX, 10. Qui "silere" e "tacere" sono in stretta continuità: "si… ipsa sibi anima sileat… si iam taceant…et loquatur ipse", dove sembra suggerirsi un vero itinerario mistico.
Molto più tardi, questo vien ben delineato da Miguel de Molinos (1628-1696):
Tre modi vi sono di silenzio.
Il primo è di parole, il secondo di desideri, e il terzo di pensieri.
Il primo è perfetto, più perfetto è il secondo, e perfettissimo il terzo.
Nel primo, di parole, si raggiunge la virtù.
Nel secondo, di desideri, si ottiene la quiete.
Nel terzo, di pensieri, il raccoglimento interiore.
Non parlando, non desiderando e non pensando,
si arriva al vero silenzio interiore.
In esso Dio parla con l'anima, si comunica.
Le insegna nel suo più intimo la più perfetta e alta sapienza.7
5. Non si può pensare che la pratica silenziosa quacchera sia priva di precedenti storici. Essa tuttavia merita speciale attenzione sia perché con il silenzio collettivo rinnova in maniera originale8 un modello di comunità profetica quale si può intravvedere dalla descrizione di Paolo, 1 Cor 14; sia perché raccoglie con pari originalità impulsi appartenenti a quello che Rufus M. Jones, storico del quaccherismo, chiamava "riformatori spirituali"9.
Sullo sfondo c’è il silenzio dell'attesa profetica. "Ogni carne deve tacere dinanzi a Dio " (Zac. 2, 13). Allora, come avvenne a Elia, egli si manifesterà come qol demamah, "voce del silenzio" (1 Re 19, 12).10 Nella comunità raccolta in silenzio, il Maestro viene, il risorto appare, la Luce si manifesta, i profeti prendono la parola (1 Cor 14).
Ma accanto a questo c’è il silenzio contemplativo, mistico: la "stillness" (S. 46, 10 di cui sopra), la "coolness", la quiete, il silenzio sono partecipazione e imitazione degli attributi divini, l'eternità, l'immutabilità, l'infinità.
Cari amici, dimorate nella quiete e nel silenzio della potenza dell'Onnipotente, che mai varia, si altera, cambia, ma preserva su, fuori e al di sopra di tutti i mutevoli culti, religioni, ministeri, chiese, insegnamenti, principati,e potestà (1661).11
Sullo sfondo, un brano di sapore ellenistico-giudaico della Lettera di Giacomo 1, 17: "Ogni dono perfetto ... discende dal Padre della luce, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento". Questo silenzio ha anche risvolti morali e ascetici, il rifiuto del mondo, la stabilità, la "purezza".
Ciò vale anche per il singolo:
Sii calma e fredda nella mente e nello spirito, distaccata dai tuoi stessi pensieri, e sentirai il principio divino che volge la tua mente al Signore Dio, da cui riceverai quella forza e quel potere da cui la vita proviene, per calmare ogni tempesta e ogni vento [...] Perciò arresta un momento i tuoi pensieri il tuo cercare, desiderare, immaginare e dimora nel principio divino che è in te, così che la mente sia fissa in Dio, così da giungere a lui; e trovererai forza da lui e troverai che è un aiuto in tempi di travaglio, di bisogno e che è un Dio a tua portata (1658).12
Un famoso brano di William Penn riassume bene l’esigenza del silenzio sotto un profilo che è tanto biblico, quanto filosofico e contemplativo:
Ma quanto meno forme ci sono nella religione, tanto meglio è, perchè Dio è Spirito; quanto più il nostro culto è nella mente, tanto più adeguato è alla natura di Dio; quanto più è silenzioso, tanto più è adeguato alla lingua dello Spirito (1693).13
6. Può essere interessante confrontare il silenzio meditativo dei quaccheri con un altro silenzio, quella della meditazione buddhista. Non intendo inoltrarmi nel confronto tra buddhismo e cristianesimo. Non intendo sviluppare il confronto tra i due Maestri, quale per esempio si affaccia nello suggestivo brano citato in epigrafe: il confronto tra i due "Signori", dei quali il primo "regna dal Legno" (nuovo Adamo sulla Croce, antitipo dell’albero del Paradiso terrestre), il secondo "cura dal Legno" (l’albero sotto il quale il Buddha ricevette l’illuminazione).14 Non intendo seguire lo stesso Henri De Lubac, quando vede nella dottrina buddhista qualcosa di simile al Qohelet, "una immensa, drastica e sottile pars purificans, una preparazione negativa attraverso il vuoto...fino al Messaggio pasquale".15
Invece di una sorta di integrazione del buddhismo nel cristianesimo, come praeparatio evangelica, o come "teologia negativa", vorrei suggerire un parallelo tra processi meditativi, basandomi sul confronto puntuale di due testi:16 un passo cruciale di George Fox,17 e un testo fondamentale per la pratica meditativa buddhista, che chi scrive conosce un poco soprattutto nella modalità vipassana (meditazione della consapevolezza). Anzitutto Fox.
Scrive nel 1653 (la traduzione è letterale):
Dimorando nella luce, non vi sarà occasione di inciampo, perché tutte le cose con la luce sono svelate.
Tu che la ami, ecco chi ti insegna quando cammini fuori: è presente con te nel tuo petto, non hai bisogno di dire: eccola qui, eccola là. E mentre stai nel letto è presente per insegnarti, e per giudicare la tua mente che vaga, che vorrebbe vagare fuori, e i tuoi alti pensieri e immaginazioni, e li assoggetta, giacché seguendo i tuoi pensieri ti perdi ben presto.
Ma dimorando in questa luce, ti svelerà il corpo del peccato, e le tue corruzioni e lo stato di decadenza in cui sei, e la moltitudine del pensieri.
Sta' in quella luce che ti mostra tutto questo, non andare né a destra né a sinistra.
Qui la pazienza si esercita, qui la volontà è sottomessa, qui vedrai la misericordia di Dio manifestarsi nella morte.
Qui vedrai (che cosa significa) bere alle acque di Siloe, che scorrono dolcemente, vedrai compiersi le promesse di Dio, fatte al Seme, che è Cristo. Qui troverai un salvatore, e verrai a conoscere l’elezione, e la riprovazione di quanto è rigettato, e quanto è ammesso.
Colui che può capirmi, e ricevere la mia testimonanza nel suo cuore, il seme immortale nasce (in lui) e la sua volontà rigettata, perché non è lui che vuole né lui che si sforza, ma è Dio che mostra misericordia.
Perché il primo passo verso la pace è di rimanere fermi nella luce che svela le cose che le sono contrarie, per ricevere potere e forza per resistere a quanto di voi la luce svela. Qui la grazia cresce, qui Dio solo è glorificato ed esaltato e la verità sconosciuta al mondo è manifestata, essa che vi trae fuori della prigione e vi vivifica nel tempo, verso quel Dio che è fuori del tempo. 18
7. Va notato anzitutto come Fox non si appelli a una divina autorità, ma alla sua esperienza, a qualcosa che ha scoperto da solo: il nuovo sé potrà crescere non appena il vecchio sé è espulso. Questa è la sua testimonianza (Ambler)
Poi va notato che qui "chiaramente viene descritto un processo meditativo" (ancora Ambler).19 Non viene prescritto di pentirsi, ma semplicemente di fermarsi a guardare se stessi. In questo processo la Luce amata, la luce divina non è tanto l’oggetto, quanto il soggetto stesso dell’ atto contemplativo. Infatti la luce c’è già. Quando si cammina è "presente nel petto", non c’è bisogno ci cercarla: "eccola qui, eccola là". Quando si giace, essa invita a non "vagare fuori". Il fatto della presenza precede quindi e fonda l’invito a "dimorare" (dwell) nella luce, a "stare nella luce" (stand in the light), a "stare fermi nella luce" (stand still in the light). Questo è "il primo passo verso la pace".
In secondo luogo: la meditazione si propone di contemplare nella luce il corpo del peccato ("the body of sin",), le immaginazioni ("imaginations"), la "moltitudine di pensieri" ("multitude of thoughts"). Si ricordi la lettera citata sopra: "Arresta un momento i tuoi pensieri, il tuo cercare, desiderare, immaginare". Si tratta di guardare a se stessi, nella "pazienza" stando fermi nella luce, scoprendo nella luce la propria "natura"
In terzo luogo, questo gesto come tale ha in se anche "la forza e il potere" di "fronteggiare (stand against), la natura che la luce scopre" e come tale porta a svelarne " il contrario": una "verità sconosciuta al mondo", " che libera dalla prigione e vivifica. Qui (here, tre volte) e ora, nella prigione, in punto di morte, si manifestano la misericordia, la salvezza, l’elezione.
8. Tutto il testo è un forte e originale tessuto di riferimenti biblici.20 Sono bibliche perfino le espressioni "il corpo del peccato, e le tue corruzioni... e la moltitudine del pensieri" che dipende, oltre che da Paolo, da una interessante remiscenza del testo più ellenistico della Bibbia (cattolica), la Sapienza di Salomone 9, 15 "Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molto pensieri"(cfr. Fedone 81 c).
"Dimorare"(in Dio, in Cristo, nella Parola...) è costante nel Vangelo di Giovanni. Esporsi alla luce dipende di qui: la Luce è venuta al mondo (1, 9) a illuminare ognuno, e "chi fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le opere sono state fatte da Dio" (3. 20s.). Anche il riferimento alle"acque di Siloe" allude a Giovanni, e alla guarigione-illuminazione del cieco nato, che avviene "piscina di Siloe". "Testimonanza" è evidentemente un tema giovannico (e dell’Apocalisse) .
"Camminare, giacere..." allude a Deut. 6, 6 "Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore... ne parlerai quando starai seduto in casa tuo, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai"(cfr. 11, 18-21).
"Eccolo qui, eccolo là" si riferisce a Lc 17, 21: "Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: ‘Eccolo qui, eccolo là’. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi".
Il Seme è Cristo (Gal. 3, 16). Ma in Fox, che ricorda spesso la parabola del seminatore (Mc 4, Mt 13), è un termine caratteristico, quasi quanto la Luce, per indicare la presenza divina nel credente, sottolineandone anzi ulteriormente il carattere di immanenza.
Al tempo stesso, un forte richiamo alla Lettera ai Romani, e al tema delle’elezione (9, 16: "Non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia") restituisce tutto il processo ad un contesto propriamente soprannaturale e monotestico, biblico insomma. E tuttavia c’è un forte connotato di escatologia realizzata, il messianismo attuale e universale ed oggettivo degli Amici. La presenza salvifica divina è già in atto in ogni operare umano, compreso il silenzio dell’attesa e della meditazione.
8. L’altro termine del confronto è costituito da una sezione di un sutra molto rilevante nella meditazione di consapevolezza, o vipassana. Si tratta dell’Anâpânâsati sutta, che in forma più breve e più pratica espone la dottrina del Mâhasatipatthânasuttanta ("Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale" ), molto importante nella pratica meditativa theravada.
E in che modo, monaci, si pratica la consapevolezza dell'inspirare ed espirare affinchè sia di gran frutto e di gran beneficio?
In questo caso, o monaci, un monaco, recatesi nella foresta, ai piedi di un albero o in un alloggio vuoto, si siede a gambe incrociate e con il corpo eretto, suscitando l'attenzione di fronte a sé. Consapevole inspira e consapevole espira.
1. Inspirando a lungo egli sa: sto inspirando lungo;
espirando a lungo egli sa: sto espirando lungo
Inspirando brevemente, egli sa: sto inspirando breve;
espirando brevemente egli sa: sto espirando breve
Si esercita così: pienamente sensibile a tutto il corpo inspiro;
si esercita così: pienamente sensibile a tutto il corpo espiro.
Si esercita così: calamdo il condizionante del corpo inspiro;
si esercita così: calmando il condizionante del corpo espiro2. Si esercita così: pienamente sensibile al godimento inspiro;
si esercita così: pienamente sensibile al godimento espiro.
Si esercita così: pienamente sensibile all'agio inspiro;
si esercita così: pienamente sensibile all'agio espiro.
Si esercita così: pienamente sensibile ai condizionanti della mente inspiro;
si esercita così: pienamente sensibile ai condizionanti della mente espiro
Si esercita così: calmando i condizionanti della mente inspiro;
si esercita così: calmando i condizionanti della mente espiro3. Si esercita così: pienamente sensibile alla mente inspiro;
si esercita così: pienamente sensibile alla mente espiro.
Si esercita così: allietando la mente inspiro;
si esercita così: allietando la mente espiro.
Si esercita così: unificando la mente inspiro;
si esercita così: unificando la mente espiro.
Si esercita così: liberando la mente inspiro;
si esercita così: liberando la mente espiro4. Si esercita così: contemplando l'incertezza inspiro;
si esercita cosi: contemplando l'incertezza espiro.
Si esercita così: contemplando il non-attaccamento inspiro;
si esercita così: contemplando il non-attaccamento espiro.
Si esercita così: contemplando la cessazione inspiro;
si esercita così: contemplando la cessazione espiro.
Si esercita così: contemplando il lasciar andare inspiro;
si esercita così: contemplando il lasciar andare espiro.Ecco, o monaci, in che modo la consapevolezza dell'inspirare ed espirare, coltivata e perfezionata, è di gran frutto e di gran beneficio.21
C’è bisogno di sottolineare quanto distanza separa i due testi, dal punto di vista linguistico, letterario, storico-religioso?
È invece importante segnalare l’analogia del processo, che il sutra, attraverso le quattro strofe (tetradi) in cui è strutturato, presenta.22
Premessa a tutto il discorso, è il carattere sperimentale, pragmatico dell’approccio meditativo.23 Rispetto alla tradizione cristiana (tanto più non monastica, come quella di Fox) c’è qui evidentemente un supporto tecnico e psicologico più consistente: il respiro, la posizione del corpo, la concentrazione e la consapevolezza, l’"esercizio" (sikkhâ) insomma, che abbraccia doversi momenti.
In primo luogo, cominciando con l’assunzione di un atteggiamento stabilità e di silenzio, tutta l’attenzione è volta alla presenza mentale (sati), scegliendo il respiro come oggetto primario.
Si passa quindi a un’osservazione consapevole del corpo (dalle sue diverse movenze - camminare, stare, sedere giacere - alle sue parti, alla sua corruttibilità),24 delle sensazioni (piacevoli, spiacevoli neutre), della mente, con i suoi contenuti di attaccamento, avversione, illususione.
Si affaccia allora la consapevolezza della "incertezza" o impermanenza (anicca ) e dell’inconsistenza dell’ l’io-mio" (anatta): la saggezza, la compassione e il risveglio sono il traguardo.
Il traguardo può essere raggiunto, in sette anni, ma forse anche in un anno, ma forse anche in mezzo mese, ma forse anche in sette giorni: con questa incoraggiamento (allora chissà forse anche meno di una settimana?) si chiude il "Grande discorso sui fondamenti della presenza mentale" (§ 22).
9. Concentrarsi sull’isomorfismo dei due processi, dei due "metodi" non significa affatto cercare di integrarli in un meta-linguaggio comune. Non è questo il risultato perseguito,
Possiamo invece sperare di aver gettato un poco di luce su un percorso meditativo cristiano (quacchero) mediante il confronto con percorsi di tutt’altra ascendenza storica. Possiamo anche domandarci se quel percorso sia un unicum storico, o se invece le considerazioni comparative che abbiamo abbozzato possano estendersi ad altri contesti meditativi informati dal linguaggio biblico (penso sorattutto alla tradizione illuminativa agostiniana). Possiamo anche vedere come possa essere semplicante la distinzione che da cui siamo partiti, tra un "tacere" (negativo) un "silére" (positivo), mentre diviene più evidente che le tradizioni considerate abbracciano ambedue i due poli.
Potremmo soprattutto domandarci - ed è la domanda più importante e urgente - se non si tratti di due linguaggi diversi - da una parte, una Luce, dall’altra, una consapevolezza, da una parte, un’attesa, dall’altra, un "esercizio", da una parte, lo Spirito, dall’altra il respiro - due linguaggi che si protendono verso qualcosa che è al di là di ogni parola. E se allora possano coesistere nella stessa persona.
Lo stesso 22 giugno 2003 Cecilia Clementel ci ha parlato de "Il silenzio nella tradizione quacchera e buddhista". Non siamo in grado di offrire il testo completo, basata soprattutto nella sua esposizione su D.T. Suzuki Mysticism: Christian and Buddhist, Routledge NY & London 2002 (ne esite anche una versione italiana, preso Ubaldini) e sui testi stessi di Meister Eckhart.
Offriamo qui in lettura un testo di questo Maestro (Sermone 6, "Iusti vivent in aeternum", da Opere tedesche. A cura di M. Vannini, La nuova Italia, Firenze 1982, 166 s.). La sottolineatura è nostra.
"(I giusti) vivono in eterno "presso Dio", proprio accanto a Dio, né al di sotto né al di sopra. Essi operano le loro opere presso Dio, e Dio opera presso di loro. San Giovanni dice: "II verbo era presso Dio". Era assolutamente simile ed accanto, né sotto né sopra, ma simile. Quando Dio creò l'essere umano, fece la donna dal fianco dell'uomo perché gli fosse simile. Non la formò a partire dalla testa o dai piedi, perché non fosse ne sopra ne sotto di lui, ma gli fosse simile. Nello stesso modo l'anima giusta deve essere simile a Dio ed accanto a Dio, del tutto simile, né sotto né sopra. Chi sono quelli in tale modo simili? Solo coloro che non sono simili a niente, sono simili a Dio. Niente è simile all'essenza divina, in essa non v'è immagine ne forma. Alle anime che in questo modo sono simili, il Padre similmente dona e non fa loro mancare niente. Ciò che il Padre può fare, lo dona a questa anima in modo simile, in verità, quando essa non è più simile a se stessa che a un'altra, e non deve essere più vicina a se stessa che a un'altra. Essa non deve desiderare il proprio onore, il proprio vantaggio, o qualsiasi cosa le appartenga, né considerarlo più di un bene appartenente a un altro. E ciò che è proprio a chiunque altro, non le deve essere né estraneo né lontano male o bene che sia. Tutto l'amore verso le cose del mondo è fondato sul’amore di sé. Se tu avessi abbandonato questo, avresti abbandonato l'intero mondo.Il Padre genera il Figlio nell'eternità, simile a se stesso. Il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo: era identico a lui nella stessa natura. Dico ancora di più: lo ha generato nell'anima mia. Non solo essa è accanto a lui e, nello stesso modo, egli è accanto ad essa, che gli è simile, ma è in essa, e il Padre genera il Figlio nell'anima nello stesso modo con cui lo genera nell'eternità, non diversamente. Lo deve fare, ne abbia gioia o dolore. Il Padre genera incessantemente il Figlio, ed io dico ancora: egli mi genera come suo Figlio e lo stesso Figlio. Dico di più: mi genera non solo in quanto suo Figlio, ma in quanto lui stesso, e lui in quanto me, e me in quanto suo essere e sua natura. In questa più interna fonte, io scaturisco nello Spirito santo; è questa una sola vita, un solo essere, una sola operazione (... )
Di conseguenza, noi non dobbiamo desiderare nulla da Dio, come se fossimo estranei. Nostro Signore dice ai suoi discepoli: "Io non vi ho chiamato servi, ma amici" . Chi desidera qualcosa dall'altro è un servo, e chi ricompensa è un signore. Mi chiedevo di recente se volessi ricevere o desiderare qualcosa da Dio. Ci rifletto molto bene, perché se ricevessi qualcosa da Dio, sarei al di sotto di lui come un servo, e lui, donando, come un signore. Non dobbiamo essere così nella vita eterna. Proprio qui ho detto una volta, ed è vero: Se l'uomo si appropria o prende qualcosa di esteriore a se stesso, non è bene. Non si deve cogliere o considerare Dio come esterno a noi stessi, ma come nostro bene proprio e come cosa che è in noi stessi; non si deve neppure servire od agire in vista di un perché: né per Dio, né per il proprio onore, né per qualsiasi altra cosa fuori di sé, ma soltanto per ciò che è in sé suo essere proprio e sua propria vita. Molte persone semplici si immaginano che devono considerare Dio come lassù, e loro quaggiù. Non è così. Io e Dio siamo uno.
Con la conoscenza accolgo Dio in me, con l'amore penetro in lui. Alcuni dicono che la beatitudine non risiede nella conoscenza ma solo nella volontà. Essi hanno torto, infatti se risiedesse solo nella volontà, non vi sarebbe unità. Agire e divenire sono una cosa sola. Quando il falegname non lavora, la casa non si fa. Quando la scure non agisce, anche il divenire è fermo. Dio ed io siamo uno in questa operazione: egli opera ed io divengo. Il fuoco trasforma in sé ciò che gli è portato, che diventa sua natura Non è il legno che trasforma in sé il fuoco, ma il fuoco che trasforma in sé il legno. Nello stesso modo noi siamo trasformati in Dio, in guisa tale che "lo conosceremo come egli è" . San Paolo dice: "Così lo conosceremo, io lo conoscerò come lui mi conoscerà", ne più ne meno, assolutamente nello stesso modo. I giusti vivranno eternamente, e la loro ricompensa è accanto a Dio, del tutto simile. Che Dio aiuti ad amare la giustizia in se stessa e Dio senza perché. Amen."
Il pensiero di Meister Eckhart è complesso, come lo sono le sue fonti: il dogma cristiano, il neoplatonismo, Agostino, gli arabi, le polemiche del suo tempo ... Le sue affermazioni hanno talvolta lasciato molti sconcertati e hanno provocato anche la sua condanna nel 1329 (il Maestro era già morto da un anno).
Tuttavia dal testo citato e da tanti altri si potrebbero ricavare alcune indicazioni.
È un’iniziativa della Chiesa di fratelli, dei quaccheri e mennoniti, con il supporto di cattolici ed ortodossi. A seguito degli arresti, espulsioni e deportazioni e delle restrizioni imposte dall’esercito israeliano agli osservatori internazionali, incluso il team CPT di Hebron, i Christian Peacemakers Team sottolineano come la presenza di osservatori internazionali dei diritti umani nei territori occupati è qualcosa che ogni governo democratico dovrebbe accogliere come parte di una struttura che protegge i diritti civili.. Il Comitato centrale mennonita e il Team di Hebron hanno riferito di demolizioni di case palestinesi avvenute anche dopo l’approvazione del piano di pace "Road Map", che nella prima fase tra l’altro chiede al Governo israeliano di porre fine a tutte le azioni che "compromettono la fiducia, incluso l’attacco alle aree civili e la confisca e demolizione di case e proprietà palestinesi".
Dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967 sono state distrutte dall’esercito israeliano 9400 case di palestinesi e nel 2002 almeno 1200 palestinesi hanno perso le loro case. Il Comitato centrale mennonita (MCC) sostiene la Campagna per la ricostruzione delle case palestinesi (Rebuilding Homes Campaign) promossa insieme da israeliani e palestinesi (Comitato israeliano contro la demolizione delle case, Rabbi for Human Rights, etc. ).
Nel sito www.quaker-tapestry.co.uk, si potrà dare un sguardo una bellissima serie di arazzi quaccheri.
La nostra Via è il documento base del meeting di Bologna.
LQ è curata da Pier Cesare Bori via Angelelli 18 40137 Bologna, tel. 051/6237608. E-mail bori@spbo.unibo.it. Le spese per ogni numero di LQ sono di circa 50. I contributi sono graditi.