1. Questo testo ha come nucleo l’intervento iniziale al seminario "Condividere il silenzio a partire da diverse tradizioni spirituali: una indagine storica e una proposta" tenutosi venerdì 29 novembre 2002 a Bologna, presso la Facoltà di Scienze politiche, corso in Culture e diritti umani. Intervenivano poi Mohammed Haddad (Università di Tunisi) Valentina Colombo e Saverio Marchignoli (Università di Bologna). Oggetto del’incontro era soprattutto il silenzio come elemento centrale di una pratica spirituale: non interessava tanto il silenzio come preludio o intervallo o conclusione o atteggiamento concomitante e strumentale rispetto a qualcos’altro che è più importante. Interessava specialmente il silenzio condiviso, cioè praticato in comune – novità dei nostri tempi - da persone di cultura spirituale diversa. L’incontro voleva essere anche una indagine storica, su queste diverse tradizioni, prestando attenzione al mondo cristiano, a quello islamico, a quello buddhista. Alla base era un interesse storico, ma anche la proposta del silenzio in comune nel dialogo (oltre al dialogo!) islamocristiano e più concretamente, la proposta di praticare questo silenzio in carcere con detenuti di diversa provenienza culturale e religiosa, mostrando la coerenza di una pratica di silenzio con una parte almeno della propria tradizione, e indicando anche nella pratica vipasssana (di stampo buddhista) una interessante risorsa, laica e compatibile con convinzioni filosofiche o religiose diverse. Il testo è stato ripreso e sviluppato in vari incontri e circostanze.

2. G. Mensching, Das heilige Schweigen, Töpelmann, Giessen 1926.

3. Cfr. . L. Heilmann Silere-tacere. Nota lessicale, in "Quaderni dell’Istituto di Glottologia" Bologna I (1955), pp. 3-14, citazione a p. 14.

4. "... basterà un semplice contatto interiore. Ma durante il contatto – almeno finché avviene – non si avrà affatto né la possibilità, né il bisogno di parlare: solo più tardi si potrà ragionarci sopra. Ma in quell’istante bisogna credere di aver visto, quando l’anima coglie, improvvisamente, la luce. Poiché questa luce proviene da Lui, meglio è Lui stesso" (Enneadi V 3, 17, trad. it. G.Faggin).

Già nell’esperienza di Socrate i neoplatonici potevano intravvedere le tracce di una mistica filosofica. Secondo quanto raccontato da Alcibiade nel Simposio, Socrate, "In tale occasione, essendosi concentrato a meditare su qualcosa, a partire dall'alba era rimasto in piedi nello stesso posto a riflettere, e siccome la cosa non gli riusciva, non si dava per vinto, ma restava fermo a indagare. Si giunse a mezzogiorno, egli uomini lo notavano, e meravigliati dicevano, l'uno all'altro, che sin dall'alba Socrate stava là in piedi a ponderare qualcosa. Alla fine alcuni Joni, quando fu sera ed ebbero cenato, portarono fuori i loro lettucci - poiché allora era estate - per dormire al fresco, e al tempo stesso per sapere, tenendolo d’ occhio, se avrebbe passato là in piedi anche la notte. Ed egli rimase fermo, in piedi, sinché giunse l'aurora e si levò il sole: allora si mosse e se ne andò, dopo di aver rivolto una preghiera al sole" (220 c-d, trad. it. G. Colli).

Per il silenzio tra i pitagorici, si può leggere la Vita pitagorica di Giablico: "... E dunque, nel corso della ‘prova’ cui erano sottoposti glii aspranti, egli anzitutto osservava se essi fossero in grado di tacere (echemythein, vale a dire trattenere le parole, era il vocabolo che usava) e di tenere per sé gli insegnamenti ricevuti" (XX, tr. M. Giangiulio).

5.. M. Borg definisce Gesù un mistico ebreo. Borg si stacca, sulla scia di W. James, dalla tradizionale diffidenza protestante per la mistica; M. Borg-N.T. Wright, The Meaning of Jesus. Two Visions, Harper San Francisco, 1998, 59

6. Segnalo la presenza nell'Islâm di un hadîth (detto) corrispondente a 1 Cor. 2, 9 (cfr. Is. 64, 3). Lo hadîth si trova in Bukhâri (una delle raccolte canoniche di detti del profeta), ed è un hadîth qudsî cioè uno di quelli in cui Dio parla in prima persona al profeta. Lo si trova, per esempio, in ibn Tufayl (m. 1185), Hayy ibn Yaqdhân, nel momento in cui il "vigilante" arriva da solo alla contemplazione delle cose supreme. Passi straordinari sul silenzio mistico si trovano nel Dîvân di Rûmî, ma questo esigerebbe una trattazione a parte. Mi limito a ricordare quanto A. Bausani cita nella prefazione a Poesie mistiche, BUR, Milano 1998, 33: "La prima origine del grido è dal cuore e l’eco ne rimbomba nelle motagne del corpo. O tu stordito dagli echi, dirigiti in silenzio verso l’origine della Voce che crea". Ringrazio Maura Avagliano per le segnalazioni.

7. "Triplex silentii genus est. Primum verborum, secundum desideriorum, tertium cogitationum. Primum est perfectum, perfectius secundum, perfectissimum tertium. Primo quod est verborum acquiritur virtus, secundo quod est desideriorum obtinetur quies, tertio quod est cogitationum interior recollectio. Non loquendo non desiderando non cogitando pervenitur ad verum et perfectum silentium mysticum, in quo deus loquitur cum anima, ipsi se communicat eamque docet in maxime intimo fundo suo perfectissimam maximeque sublimem sapientiam. Ad internam hanc solitudinem et silentium mysticum vocat eam ac perducit, quando dicit ad ipsam se velle loqui sola in secretissimo atque intimo cordis. Hoc silentium mysticum ingrediendum tibi est, si audire cupis suavem, interiorem ac divinam vocem. Non sufficit fugere mundum ut hoc thesaurum acquiras nec renunciare desideriis nec omni desiderio et cogitatione. Conquiesce in mystico hoc silentio et aperi portam, et Deus se tibi conmmunicet, tecum se uniat, teque in se transformet": Manducatio spiritualis 1687, 1, 17, Mensching, op. cit., 16.

8. Si veda lo spazio che Mensching appunto vi dedica, 89 ss.

9. R.M. Jones, Spiritual Reformers of the 16th and 17th Centuries. Beacon Press, (1914), Boston 1959.

10. Cfr. D. Gwyn, Apocalypse of the Word, Friends U.P., Richmond 1984, 163.

11. G. Fox, Ep. 201, Works 7, 198 s.

12. "Be still and cool in thy own mind and spirit from thy own thoughts, and then yhou will feel the principle of God to turn they mind to the Lord God, whereby thou will receive his strenght and power from whence life comes, to allay all tempests, against blusterings and storms [...] Therefore be still a while from their own thoughts, searching, seeking, desires and imaginations, and be stayed in the principle of God in thee, to stay thy mind upon God, up to God; and thou wilt find strength from him and find him to be a present help in time of trouble, in need, and to be a God at hand", G. Fox, Lettera a Lady Claypole, in Journal, ed. Nickalls, Cambridge U.P., 1952, 346 s.

13. "This world is a form; our bodies are forms; and no visible acts of devotion can be without forms. But yet the less form in religion the better, since God is a Spirit; for the more mental our worship, the more adequate to the nature of God; the more silent, the more suitable to the language of a spirit"Some Fruits of Solitude ,nn. 507 e 519, Richmond, Ind., 1978

14. Il racconto viene da De Lubac, op. cit, 48. Il testo completo è il seguente. Secondo la relazione del francescano fiorentino Giovanni Marignolli, legato di Benedetto XII presso l’imperatore di Cina, questi, "partito nel 1338, era arrivato a Cambaluc il 15 agosto 1342... Compiuta la sua missione, era tornato passando per Ceylon. Come Marco Polo e come Odorico, aveva ammirato il picco di Adamo, senza tentarne peraltro la difficile ascensione. Ceylon l’aveva trovato più curioso di ricordi del paradiso terrestre che della sua religione o piuttosto le due cose si mescolavano ai suoi occhi, se giudichiamo dalle strane cose che egli mette sulla bocca dei monaci singalesi: "Nei loro chiostri si notano certi alberi dal fogliame diverso dalle altre piante Questi alberi sono cinti da corone d'oro e di gioielli. Davanti ad essi vi sono delle lampade e vengono adorati. Dicono i monaci che è questa una tradizione che risale ad Adamo e che Adamo adorava l’albero perché la futura salvezza doveva venire attraverso il legno. Concordano dunque col versetto di Davide: ‘Dicite in gentibus quia Dominus regnabit a ligno’, benché per rendere più precisamente il concetto, bisognerebbe dire: ‘curabit a ligno’ ". Si riconosceranno in questi alberi i polloni .all’albero di Bddh-Gaya sotto cui Sakyamuni aveva ricevuto l’illuminazione. Tutti tempi e tutti conventi dell'isola ne venerano uno".

15. E’ la pagina finale del suo bel libro del 1952, Buddismo e occidente, trad. it, Jaka Book, Milano 1987. 255.

16. Ho qui in mente il metodo seguito da T. Izutsu in un testo straordinario, Sufism and taoism. A Comparative Study of Key Philophical Concepts, University of California Press, 1984.

17. Analizzato da Rex Ambler A Light to live by An exploration in Quaker spirituality, Quaker Books, London 2002. 8 s.

18. "Dwelling in the light, there's no occasion at all of stumbling, for all things are discovered with the light. Thou that lovest it, here's thy teacher when thou art walking abroad, 'tis present with thee in thy bosom, thou need'st not to say, lo here, or lo there. And as thou liest in thy bed 'tis present to teach thee, and judge thy wandering mind, which would wander abroad, and thy high thoughts and imaginations, and makes them subject; for following thy thoughts thou art quickly lost. But dwelling in this light, it will discover to thee the body of sin, and thy corruptions, and fallen estate where thou art, and multitude of thoughts. In that light which shows thee all this, stand; neither go to the right hand, nor to the left. Here's patience exercised, here's thy will subjected, here thou wilt sec the mercies ot God made manifest in death. Here thou wilt see the drinking of the waters of Shiloah, which run softly, and the promises of God fulfilled, which are to the Seed, which Seed is Christ. Here thou wilt find a saviour, and the election thou wilt come to know, and the reprobation, which is cast from God, and what enters. He that can own me here, and receive my testimony into his heart, the immortal Seed is born up, and his own will thrust forth; for it is not him that willeth, nor him that runneth, but the election obtaineth it, and God that shows mercy; for the first step to peace is to stand still in the light (which discovers things contrary to it) for power and strength to stand against that nature which the light discovers. Here grace grows, here's God alone glorified and exalted, and the unknown truth, unknown to the world, made manifest, which draws up that which lies in prison, and refresheth it in time, up to God, out of time, through time" G. Fox, To all that would know the way to the kingdom, 1653, Works 4, 17.

19. Ambler, che non stabilisce alcun nesso con la meditazione buddhista, si avvale molto, nella sua analisi del processo meditativo quacchero, del contributo di E.T. Gendlin, cfr. anche in italiano Focusing: interrogare il corpo per cambiare la psiche, Astrolabio, Roma 2001.

20. Per l’analisi dei testi di Fox un importante strumento è A Reader’s Companion to George Fox’s Journal, di J. Pickvance. Quaker Home Service, London 1989.

21. E’ una sezione del Sutta 115 del Majjhima Nikâya, la traduzione (con il testo pâli) è tratta dall’appendice dei due fascicoli: Ajahn Sucitto, Insegnamenti sulla pratica di ânâpanasati, A.Me.Co., s.d. "Il grande discorso sui fondamenti della presenza mentale" (Mâhasatipatthânasuttanta, Dhîga Nikâya, 22) si trova nella traduzione di C. Cicuzza in La rivelazione del Buddha. I. I testi antichi, Mondadori, Milano, 2001, 335 ss.

22. L. Rosenberg, Respiro per respiro. La pratica liberatoria della consapevolezza, Ubaldini, Roma 1999 presenta un commento pratico, passo per passo, di questo testo.

23. "Monaci, non parlate forse di quello che voi stessi avete conosciuto, voi stessi avete visto, voi stessi avete trovato?" (Majjhima Nikaya I 265)

24. "Inoltre, o monaci, quando cammina egli sa: ‘Sto camminando’, quando è immobile in piedi sa ‘Sto immobile in piedi’, quando sta seduto sa ‘Sto seduto’, quando giace sa ‘Sto giacendo’" (Mâhasatipatthânasuttanta, ed. cit. 3).